Un albero con gli occhi

All’uscita da Gavinana c’è un posto di blocco. Due uomini in uniforme corazzata incrociano le loro lance di fronte al muso del mio Cinquino. Mi fermo e in cambio di un euro di gabella ricevo due piccoli pezzi di torta.

Scendo verso Pistoia, lungo strade che paiono ferme nel tempo. L’hotel Tripolitania alla mia destra sembrerebbe confermare questa mia impressione, ma in verità i paesi che incrocio sono assai più vitali di quelli del versante più a nord passati nei giorni scorsi, sebbene a popolarli siano ancora, soprattutto, vecchi e bambini.
Incrocio cicloturisti e motociclisti, questi ultimi dal passo spedito, venuti a mettere il ginocchio in terra, come si dice da queste parti.
A Pontepetri devio per l’Orsigna. È il paese di Tiziano Terzani, vado a fargli visita.

Sono sulla “strada dei sapori e dei colori dell’Appennino pistoiese”. A Pracchia c’è un piccolo mercatino d’antiquariato, dove mi fermo in cerca di curiosità. Per anni nella mia vita ho collezionato oggetti. Non so perché, oggi me lo chiedo spesso. Ciononostante ancora non sono riuscito a disfarmi di quelle collezioni.
Ho cominciato da piccolo con i francobolli, poi più da grande con le bottiglie di birra che ancora addobbano il soggiorno. Ho anche una quantità di sottobicchieri e un paio di scatole piene di adesivi. E ancora le saponette degli alberghi che mi portava mio padre dai suoi viaggi e che mi facevano così felice, e non so che altro.
Perché si accumulano gli oggetti? Che senso ha collezionarli? In sé conosco le risposte, anche quelle sensate, che pur ci sono e hanno a che fare con la voglia di avere o di dare testimonianza attraverso le cose, ma oggi non riesco più a non fare selezione e cerco di tenere solo le cose che uso. Se entrate a casa mia non lo direste, ma è così, vi assicuro.

Al mercatino non compro nulla, ma mi diverto comunque.

Ripartito, subito dopo Pracchia devio per l’Orsigna. La strada sale in fretta e il primo tratto è finanche trafficato rispetto al deserto che ci si aspetterebbe. La Cinquecento s’arrampica spedita su per la via. Mi viene in mente che dovrei darle un nome, almeno per questo viaggio. Me lo suggeriscono sia Pier sia Paolo, che senza mettersi d’accordo la chiamano “Poderosa”. È il nome che Guevara diede alla vecchia Norton che accompagnò lui e il suo amico Alberto Granado in giro per l’America Latina, prima che il Che divenisse il Che. Io non sono il Che, né faccio rivoluzioni, ma “la Poderosa” suona bene per una Cinquecento rossa, no? In alternativa potrebbe essere “la Carla”, ma capirà il perché solo chi avesse letto “I tre camerati” di Remarque (consiglio a chi non l’avesse fatto di leggerlo, non per capire il perché del nome ma perché, sotto le spoglie di un bellissimo romanzo si nasconde un’altrettanto bella riflessione sul senso dell’amicizia). Bene, sarà Carla, la Poderosa!
Del resto su queste strade così strette si muove con grande agilità. Sono strade nate per lei, quando ci si muoveva con i muli e i carretti e le auto avevano dimensioni ridotte. Le curve sembrano fatte apposta per le sue piccole ruote.
Arrivo in cima.

Orsigna è un paesino di poche anime, fatto di un piccolo centro abitato e case sparse sulla collina. È un luogo duro, dove regna tuttavia una pace estrema. Tutti si conoscono, in questa valle, e le frazioni hanno i nomi di chi le abita. Case Moretto dopo la curva, case Corrieri al terzo tornante, case Colonna in fondo alla via. Sono questi i luoghi di cui Terzani ha scritto tante volte, li ritrovo dal vivo come li ho immaginati, forse solo più impervi, più ostici. Da casa Cucciari, l’ultima in fondo alla salita, parte un breve cammino che Tiziano amava fare. Si entra nella boscaglia, seguendo un sentiero battuto, e si arriva all’Albero con gli Occhi.

Gli occhi ci sono davvero, ce li mise lui perché quell’albero potesse avere un aria umana.
Nel piccolo spiazzo antistante alcuni mucchietti di pietre testimoniano il passaggio di chi ha visitato il posto prima di me. Tra le pietre e sull’albero chi ha lasciato un messaggio, chi un oggetto personale, chi una moneta, una penna, un amuleto. C’è un elefantino rosso, un paio di occhiali da sole, e anche un piccolo camion di latta.
In qualche modo è come se fosse una tomba, ma non lo è. È un albero, con gli occhi, e con le foglie e un tronco largo e molti rami. Potrebbe essere un tempio, un sacrario, un luogo di culto, ma Tiziano avrebbe riso senz’altro di tutto questo. È forse, semplicemente, un luogo di piacevole meditazione.

I biglietti sono tutti assai recenti, chissà quanti ne ha portati via il vento e quanti scoloriti e dissolti la pioggia. Faccio quattro passi oltre nel bosco, poi torno anche io a mettere la mia pietra. Mi viene in mente che potrei lasciare un saluto e inizio a scrivere una mezza riga sul blocchetto che ho per gli appunti di viaggio, ma la penna finisce in quel momento la sua carica. Lo prendo come una richiesta e lascio a Tiziano la mia penna, che ormai non scrive più ma che lui e il suo albero hanno voluto in dono.

Faccio ancora due passi nel bosco, ascoltando il vento frusciare tra le fronde fitte degli alberi. Quando arrivo alla macchina una signora e la sua nipotina raccolgono more tra i rovi. Mi pare una buona idea e faccio altrettanto. Non solo more raccolgo, ma anche lamponi dolcissimi, quindi mi rimetto in viaggio.