Dopo la pioggia, il sole.

L’itinerario odierno è davvero un problema. Il tempo è pochissimo e devo arrivare dalle parti di Gubbio dove mi aspetta un’amica, Claudia, che vive a Santa Cristina. Prendo in mano la cartina, la giro, traccio vie possibili, la guardo, segno i punti di interesse ma… in questo Paese ci sono troppe cose da vedere! Non è il posto migliore per viaggiare. In Islanda mi ricordo che si viaggiava benissimo: una sola strada da percorrere, solo brevi deviazioni per luoghi precisi e ben distanziati fra loro: qui una cascata, là un vulcano, qui un geiser, là un ghiacciaio. Qui no. È tutto un susseguirsi di abbazie, conventi, antiche pievi, borghi medievali, monumenti, dipinti, statue, palazzi e vie che attraversano campi e vigne, per non parlare delle città coi musei, i ristoranti e le locande di strada… un groviglio inestricabile… impossibile uscirne. Col tempo che ho a disposizione so già che non potrò permettermi soste. Deciderò strada facendo, ma è chiaro che oggi accumulerò rimpianti. La vita è lo stesso: ci sono un milione di cose fantastiche intorno a te e tu hai il tempo per godertene solo un paio. E devi scegliere prima quelle che ti piacciono, maledizione…

La Poderosa si avvia al primo colpo. Ogni tanto sputacchia un peto al gusto di benzina, sobbalza un poco ai cambi di andatura, ma corre via lungo i viali fiorentini che è una bellezza.
Salto la città a piè pari, perché la conosco bene e perché nel mio viaggio sono contemplate solo città minime, non le metropoli, tanto meno se affollate di turisti.

Da Pontassieve imbocco la via che porta al passo della Consuma, che s’inerpica ripida tra colline meno dolci di quelle cui il paesaggio toscano ci ha abituato, tra vigne pregiate già gravide di grappoli colorati. Alla mia destra il primo bivio è per il convento di Vallombrosa. Primo bivio, primo rimpianto. A Vallombrosa ci andavo da bambino. Mi ci portavano i miei quando stavamo a Figline Valdarno. Era un bel posto per il pic nic della domenica, con vasti prati dove poter correre e giocare. Così me lo ricordo, né mi ricordo altro. Sarebbe stata questa una buona occasione per rinfrescare la memoria… Poco male, in fondo qui non è poi così lontano da Firenze, posso tornarci in futuro, con più calma.

Più avanti passo Nipozzano e Pepoli, entrambi noti per il buon vino, e dirigo verso la Consuma.
La Cinquecento fatica un po’ per la salita ma mi porta in cima.

La discesa, inaspettatamente, è assai più impegnativa e mette a dura prova i freni della mia povera. Dietro una curva a gomito passo il simpatico caseggiato di Omomorto (sic), che prende evidentemente il nome dal primo che è finito di sotto dopo la curva. Faccio una breve deviazione fino alla pieve di Romena (sono solo due chilometri, via!) e poi seguo per Poppi. Secondo bivio, secondo rimpianto: l’Eremo di Camaldoli è alla mia sinistra. Imbocco la via, poi guardo l’orologio… non ce la posso fare, è matematicamente impossibile. Accosto, con un sospiro faccio inversione e dirigo verso Bibbiena, senza neanche fermarmi né a vedere il borgo né al mercatino che popola la via centrale. Guardo da lontano, come i bambini guardano i giocattoli dalla vetrina. Quando salto anche il bivio per Verna non riesco a trattenere le lacrime… e così si mette a piovere e mi tocca chiudere il tettuccio, per la prima volta dall’inizio del viaggio. Evidentemente oggi non va…

La strada dopo Bibbiena s’immette sulla statale verso Arezzo. Auto, roulotte, camper… mi sento un razzo sulla mia Cinquecento a cinquanta all’ora…
Dopo il bivio per Città di Castello la situazione migliora: la strada sale veloce tra campi di tabacco e girasole e di nuovo non c’è più nessuno.
Quando mi fermo ad Anghiari la pioggia ha smesso e c’è già un pallido sole a illuminare il borgo antico. Due signori di mezza età siedono su una panchina e si godono il panorama.

La piana che divide Anghiari da Sansepolcro fu teatro di una cruenta battaglia che fu dipinta da Leonardo e poi, essendosi persa l’opera, da Rubens. L’attraverso immaginando la mia Cinquecento come un cavallo armato e vedo intorno gli altri cavalieri incrociare le lance e cadere uccisi uno dopo l’altro. Per mia fortuna esco indenne dal rettifilo.

Passo da Città di Castello e chiudo gli occhi per non accumulare l’ultimo rimpianto della giornata, quindi sfreccio verso Gubbio, esco per Casa del Diavolo ed eccomi ad Santa Cristina, oasi di pace sulle colline umbre.

Claudia vive qui, ad Alcatraz. Alcatraz non è il carcere che tutti conoscono, bensì un “libera università” dove si insegnano cose tipo dipingere e costruire animali di cartapesta, dove ci si fanno fare massaggi watsu (la versione acquatica dello shiatsu, rigorosamente in vasca d’acqua calda, una vera goduria!) e si apprendono le tecniche dello yoga demenziale.
Il posto è tutto colorato e l’intera vallata e cosparsa di animali di fantasia, statue e altre creazioni. La struttura è stata voluta e creata da Jacopo Fo, figlio di Dario e Franca Rame, il quale la gestisce assieme alla moglie Eleonora.
Arrivo appena in tempo per godermi l’ottima cena biologica e per assistere a un matrimonio con rito scemano.
Non dopo avere ammirato il maiangelo che si dondola appeso al ramo dell’albero sotto il quale ceniamo, opera del maestro Stefano Benni (sì, propriolui, lo scrittore!) che siede a due tavoli dal nostro, in mezzo all’allegra combriccola degli altri avventori!
In onore di questo circo la canzone del giorno e “La donna cannone” di De Gregori.