Come L’Avana

Palermo è come L’Avana.
Lo stesso caldo afoso che non lascia camminare, lo stesso degrado. I palazzi antichi in rovina, le case sporche, i muri scrostati, lo stesso fascino decadente. La stessa rabbia per l’incuria totale.
I bambini che giocano per la strada, i panni stesi ad asciugare, i rifiuti ammucchiati a ogni angolo, dimenticati da sempre, le carcasse delle auto depredate di ogni particolare e lasciate lì a marcire. Materassi bruciati o spolpati dalle intemperie, vecchi elettrodomestici. Le luminarie che addobbano le vie, sempre pronte per ogni festa, e i mercati che si lasciano dietro la loro scia di resti marcescenti, liquame odoroso che cola lungo gli scoli a bordo strada, insinuandosi nella pietra rotta sotto i marciapiede. Puzzo di pesce e aromi dolciastri di mandorla. Un mendico. Due.

Passando nei vicoli davanti alle case ricavate nei depositi e negli androni dei palazzi può capitare di rubare uno scorcio, un frammento di una quotidianità fatta di muri anneriti, spazi angusti, precarietà.
Come a L’Avana i primi passi si fanno con circospezione, poi ci si abitua a tutto e non si fa più caso a nulla, né si ha più paura.

Lungo la via Roma auto di lusso dividono la strada con i cavalli e le carrozze che portano i turisti in giro per la città. Sono le stesse che affollano la piazza davanti al Teatro Massimo.
La bottega di Mimmo Cuticchio in via Bara all’Olivella è chiusa: la compagnia è in tournée coi pupi e nessuno tiene aperto il teatro né il piccolo museo attiguo.

L’ingresso al rione Capo è ancora addobbato a festa per le recenti celebrazioni dedicate alla Madonna. Se ne tengono diverse, qui e negli altri rioni della città. La madre di Dio è veneratissima e si presenta sotto ciascuna delle sue mille vesti: Santa Maria del Lume al Noviziato, Santa Maria delle Grazie ai Pirriaturi, Santa Maria del Rosario, Santa Maria Mediatrice, Santa Maria della Mercede, Santa Maria Immacolata – un classico! – e la mistica Santa Maria Addolorata dei Sette Dolori. Il mercato del quartiere è uno dei più antichi di Palermo. Forse perché è ormai ora di pranzo, ma quando lo visito io sono rimasti solo venditori di sciatterie varie: oggettistica senza valore, piccoli articoli per la casa, abbigliamento economico. Un paio di botteghe offrono pizzi e decori e tende dai colori sgargianti. Ora mi pare di essere a Tunisi, nel souk, per la qualità delle merci, che è la stessa, e per l’ambientazione e la fiacca dei venditori, che a malapena degnano di un’occhiata quei pochi passanti che si affacciano al loro banco, preferendo starsene al fresco, rintanati sotto le tende o a sonnecchiare davanti al ventilatore.

Passo davanti alla bottega di un vecchietto che in mezzo alla strada ha allestito il suo braciere sul quale scaldare il caramello. Un fornelletto da campeggio brucia sotto un grosso pentolone in rame che a sua volta gira mosso dal motorino di un girarrosto al quale il vecchio ha fatto le sue modifiche. Ingegnoso.
Accanto, su un tavolino sporco coperto da una mezza tovaglia, mandorle e altre frutti secchi attendono pazientemente che venga il loro turno di essere tuffati nel bagno mieloso.
Dietro, oltre la soglia socchiusa del negozio, un milione di caramelle!

La cattedrale compare d’improvviso, voltato l’angolo di una via lungo la quale sono parcheggiati alcuni carretti siciliani come se ne vedono in miniatura in ogni negozietto di souvenir. Ce ne sono anche in versione moderna, su tre ruote e a motore: Ape Piaggio sulle cui fiancate sono dipinte le gesta dell’Orlando Furioso e dei Beati Paoli, scene di battaglie e altre mitiche imprese.

La casa della Vergine Maria Santissima Assunta in cielo è un’oasi fresca in mezzo al torrido deserto asfaltato che sta fuori. Qui è sepolto, assieme ad altri suoi pari, il grande Federico II, e la sua grandezza è tale che ancora a distanza di secoli qualcuno sente il dovere di deporre fiori sulla sua tomba.

Sotto le mura di Palazzo dei Normanni i vecchi giocano a carte. Uno di loro ha in mano un foglio di carta che riduce in pezzi e lancia in aria. I brandelli di carta volano in aria come coriandoli e vanno a cadere sparsi qua e là nell’aiuola, senza che nessuno se ne dia cura. Lui tanto meno. Del resto, cento metri oltre, sotto la massicciata sulla quale i erge il Palazzo, i rifiuti si accumulano da tempo immemore. Non ordinaria immondizia: materassi, elettrodomestici, oggetti ingombranti resi irriconoscibili dal tempo. Anche qui, nessuno che se ne dia cura. Nemmeno il Presidente della Provincia, i cui uffici si affacciano poco sopra.

M’incammino verso Ballarò. Il mercato è in chiusura. Qui i colori sono più vivi e gli odori più forti. Un ragazzino e suo padre duellano con le teste di due pescespada. Molti sono arrivati qui dall’altra sponda del Mediterraneo, sia tra chi vende sia tra chi compra.
Un palazzo sul cui ingresso campeggia la targa dell’Agenzia dell’Entrate è in stato d’abbandono. Nell’atrio è finito un pallone. Qualcuno ha spezzato l’inferriata per aprirsi un varco, forse per recuperarlo. Qualcun’altro ha rattoppato il buco con del filo metallico che ora è arrugginito.

Sul lungomare bambini che pescano, due innamorati tubano, due filippini guardano una nave andare via, un tizio si allena per diventare centravanti, incurante dei chili di troppo e dell’età che non è più quella buona.
La vita continua e, a quest’ora, mentre il sole cala, se ne fa più lieve il peso. Come a L’Avana.
E come a L’Avana il mare è la speranza.

Enrico Ruggeri: a Cuba

P.S.: Trovate qui alcune foto scattate in città.