Troppi morti qui sotto

Arrivo a Palermo dal lungomare, sul quale si dipana una perenne coda. Del resto, si sa, il problema più grosso qui è… il traffico.
Mentre me ne sto buono buono in fila mi accorgo di una casa dall’altra parte della strada completamente invasa dai colombi!

L’arcano è presto svelato dal cartello accanto al portone: “Si eseguono lanci di colombe bianche per matrimoni, comunione e festività sacre” e “mongolfiere per matrimoni, battesimi e nascite”. Sic!
Mi chiedo però… ma le colombe sono tutte evase dalle loro gabbiette o sono talmente obbedienti che al primo fischio dell’avicoltore si levano in volo all’unisono e al secondo tornano alla base?

Per quanto a passo lento, guadagno l’albergo e mi do una rinfrescata, quindi son pronto per andare alla scoperta della città. Uno arriva a Palermo dopo un viaggio di tremila chilometri a bordo di uno dei mezzi più fantastici che l’uomo abbia mai concepito nella storia e cosa fa per prima cosa? Visita le catacombe sotto la chiesa dei Cappuccini, no? Certo, sono qui per questo!

Non tutti voi sapete, ma qui, fino a non molto tempo fa, i cadaveri dei defunti venivano conservati secondo una procedura assai particolare: i frati li denudavano prima di tutto e li stendevano quindi su banchi di pietra in una stanza detta sgocciolatoio, dove venivano rinchiusi ermeticamente perché il fetore non uscisse all’esterno e lasciati imputridire per un anno, fino a quando, rinsecchiti fino all’osso, i resti del cadavere venivano lavati per bene con acqua e aceto, imbottiti di paglia, rivestiti di tutto punto e appesi nelle nicchie delle catacombe o riposti nelle teche. L’ultimo cadavere che qui fu sepolto è quello di una bambina, tale Rosalia Lombardo, morta nel 1920. Col tempo i metodi per l’imbalsamazione si evolvettero, e il dottor Salafia, il medico che imbalsamò la piccola, era arrivato a un tal punto di bravura nella sua arte macabra che se vedete il cadavere oggi vi sembra che sia ancora intatto.
In verità tutti questi morti fanno impressione, con i loro volti sfatti e i brandelli di pelle e i capelli e i baffi che ancora stanno lì, aggrappati ai loro volti contorti nelle smorfie più meschine. In principio c’è la curiosità di passeggiare tra questi resti, il mistero, il fascino delle loro vesti ancora conservate e delle loro storie, ma presto mi viene da chiedermi che faccio io a spiare le vite non più vite di questa gente? Sono morti, e andrebbero lasciati in pace, invece continuamente altri come me vengono a scrutarli, infilano il loro sguardo dentro le loro orbite vuote, allungano le loro falangi carnose a indicarne le membra scarnificate, rinsecchite dal tempo e coperte dalla polvere. Mi immagino che sarebbe se tutt’a un tratto costoro decidessero di tornare in vita anche solo per un istante e rivendicare quel tanto di diritto alla privacy che spetterebbe loro… tutti ne avremmo talmente paura nei secoli a venire che nessuno oserebbe più varcare la soglia della loro fossa. Sono sicuro che prima o poi lo faranno, senz’altro pentiti di quella vanità che li convinse a farsi imbalsamare a questo modo. Aspettano solo che chi di dovere gliene dia il permesso, evidentemente…
Ad ogni modo, come che stiano le cose, io esco da sotto infastidito, con quel disagio che si prova quando si viene a conoscenza di un segreto intimo e personale che si sa che non si sarebbe mai dovuto conoscere.

Ho bisogno d’aria.

Palermo, fortunatamente, mi si ripresenta lucente e vitale, invasa dal sole.
Carico Paolo e Pino, che ho ritrovato davanti ai Cappuccini e che mi hanno accompagnato nella visita, e per goderci fino in fondo lo spettacolo puntiamo dritto su Monreale. Arrivati su, parcheggio la Cinquecento di traverso nell’unico buco rimasto e il panorama sulla piana nella quale si stende la città che ci si para davanti è davvero spettacolare.
Il duomo di Monreale non è da meno: se da fuori è bello, dentro è un incanto! I decori, lo sfarzo dei soffitti e delle pareti ricoperte di mosaici dorati, la travatura il legno che sormonta la navata centrale… sontuoso, direi!

Mi piacciono finanche le sedie, per come son disposte e per la luce che prendono a quest’ora.

Visitiamo anche il chiostro, ma per i sei euro d’ingresso ci delude, anche perché per poco meno di metà il perimetro è chiuso alle visite. All’uscita Pino abbozza una cordiale protesta, ma la donna che sta alla biglietteria gli sciorina che c’è gente che sta dentro il giorno intero, che prima di visitare ci si informa, che la cosa magnifica sono i capitelli e noi senz’altro non li abbiamo degnati di uno sguardo, ecc. ecc. ecc. Quando ci raggiunge, Pino è sfinito, e della sua crassa ignoranza ha dovuto farsene una ragione. Noi che ne condividiamo l’opinione gli siamo solidali, e per rincuorarci tutti ci buttiamo su una classica ignorantissima granita di mandorle e gelsi (in quest’ordine rigoroso) che beviamo comodi al tavolo del bar della piazza, sotto l’ombra fresca d’un pergolato, godendoci la vista del passeggio.

Non resta che chiudere la giornata alla vecchia Focacceria di San Francesco con le panelle e il pane con la milza, dopodiché possiamo dirci soddisfatti e, per la notte, accostare i battenti.

Per l’occasione vi sfodero un pezzo dei Denovo che non ascoltavo da secoli!