Nella valle dei templi

Da Piazza Armerina la via che scende verso Agrigento s’inoltra in mezzo a lande desolate, ma quando arrivo nei pressi di Canicattì la campagna si ravviva. Per proteggere i vigneti le piante vengono coperte da teli di plastica che il sole sbianca. C’è un certo via via di camion e furgoncini, segno di vivacità economica.

Il tutto farebbe ben sperare, ma quando arrivo a Favana, alle porte di Agrigento, il paradiso dell’ecomostro mi si spalanca davanti. Qui infatti si son dimenticati di finirlo, il paese! Più della metà delle case che mi passano davanti sono in costruzione, ma ciononostante sono già abitate. Qui manca l’intonaco, là della costruzione c’è solo lo scheletro di cemento armato, là ancora il tetto è stato fatto, ma solo quello, e per il resto non pare ci sia speranza. Non a breve, almeno.

Il paese s’è mangiato la campagna, e per vendetta un vecchio contadino ha fatto l’orto sula strada, e l’ha pure recintato, mentre un altro vende i suoi giallissimi meloni sulla curva all’uscita del paese. Una montagna di meloni!

L’orrore continua oltre Favana: dietro la curva Agrigento e, sotto, Porto Empedocle tendono la loro rete micidiale. Vista da lontano la piana incute paura per quanto è brutta: una selva selvaggia, aspra e forte di palazzine che da un lato si arrampicano sul colle, dove culminano in un nugolo d’antenne e tralicci, e dall’altro si protendono fino al mare, dove affondano le loro propaggini di cemento, armate di gru che paiono bocche assetate. Un mostro alle cui grinfie sfugge appena una striscia di bellezza, dominata dai quattro templi che altre genti più avvezze al bello ivi eressero, ma che nel paesaggio scompaiono e paiono anzi nascondersi per vergogna tra le fratte.

Mi avvio sconcertato alla ricerca di un posto per passare la notte, convinto che in fin dei conti, scavando sotto la dura scorza, saprò trovare il cuore d’oro di questo brutto animale. Il caso vuole che trovi alloggio proprio nel punto più alto, proprio sotto quel nugolo d’antenne e tralicci di cui sopra. Radiazioni a parte, la vista almeno è panoramica. Mi accoglie Salvatore Passarello (in arte Passarella), ometto tarchiato e sanguigno, con bianchi capelli arricciati in testa, occhi piccoli, azzurri, vispi e velocissimi, nonostante il destro sia lievemente offeso e non si apra per bene. Mi vende la stanza a cinquanta euro. Sono troppi, ma è un’ampia camera, ben ventilata, e io non ho voglia di cercare ancora. E poi siamo nel punto più alto della città, potrò godermi un bel tramonto sul mare con vista sulla valle dei templi, spettacolo raro… Mi convince, e quando gli dico che mi capita di mettere insieme spettacoli teatrali mi invita pure a bere un bicchiere di vino. Sì, perché lui è attore, scrittore e poeta. Ha portato i suoi spettacoli in giro per l’Italia, è stato anche al Franco Parenti, che io conosco senz’altro, e conosce anche André Ruth Shammah, che io conosco senz’altro! Mi accoglie nella sua cucina dove la tavola è imbandita (“aspetto mia moglie a minuti…”) e una pentola d’acqua bollente frigge sul fuoco. Sul mobile accanto alla porta c’è la foto di suo figlio, che ha sposato una donna della tribù Maori e ora vive in Australia. Me la mostra con orgoglio. Lei è davvero bella, fiera come un guerriero. Tiene in braccio un bimbo che ha solo qualche mese di vita. “Sono nonno di un capellone”, sorride il mio ospite, e mi spiega che la tradizione Maori vuole che per i primi sei mesi i capelli ai bambini non si taglino. Accanto alla foto c’è il computer portatile con la webcam assicurata in cima al monitor: maledice di non essere un grande amante della tecnologia, ma certi prodigi ti fanno sentire un po’ meno lontano nonostante la distanza. Vent’anni fa era impensabile, se uno ci pensa…

Mi congedo per darmi una rinfrescata e assieme a Paolo e Pino, che nel frattempo mi hanno raggiunto nuovamente, andiamo a fare visita agli antichi templi. La bellezza di queste costruzioni non si racconta e il loro fascino immutato a distanza di secoli riesce persino a far dimenticare le decine di turisti che li assediano.
Per di più i viottoli dell’area sacra sono impreziositi dalle bellissime sculture di Mitoraj.

Non resta che un’eccellente cena a base di pesce e la gentilezza della signora che ci serve e di suo marito per dimenticare completamente tutti i mali e le brutture viste. Ce ne andiamo stringendo la mano al cuoco, un vecchietto magro magro e arzillo quanto bravo ai fornelli, che ci sorride sincero sotto il suo berretto azzurro calato sulla chioma bianca e folta, riconoscente per i nostri complimenti quanto noi lo siamo a lui per la cena.

In fin dei conti non tutti i mali vengono per nuocere…