Tutto da rifare

Mi alzo presto stamattina, con l’idea di dare un’occhiata alla città anche di giorno, sperando in una seconda impressione migliore della prima.

Faccio colazione al bar convenzionato col B&B: granita e brioche. Ci sarebbe un extra da pagare, ma il barista, gentile, me lo abbuona per simpatia.
Ai tavoli c’è gente che discute animatamente, altri invece non dicono nulla.
Lungo la strada ho notato la presenza di un paio di circoli di lavoratori e su via Umberto I c’è il museo dei minatori. Deve essere roba d’altri tempi, perché qui c’è molta gente che pare non avere nulla da fare. Gente seduta qua e là, o in piedi, a guardarsi intorno. Alle mie spalle, mentre intingo la brioche nella granita, si svolge una scena che pare presa da un film sulla mafia degli anni Trenta: due uomini sono seduti al tavolo proprio dietro al mio, ma tacciono e si scambiano solo ogni tanto un cenno. Due metri oltre un terzo uomo legge il giornale, in piedi, muovendo un passo (non di più!) ora in una direzione ora nell’altra. Ancora dietro, appoggiato al muro della vecchia chiesa che affaccia sulla piazza, un quarto uomo sulla quarantina, smilzo, vestito elegante con tanto di cache-col, dà a vedere di fissare il nulla davanti a sé, ma nasconde il suo sguardo dietro le grosse lenti scure degli occhiali. E quel nulla che fissa potrei essere io…

Mi viene in mente che ieri sera, passando proprio per questa piazza, avevo notato qualcosa di simile: accanto al carretto della frutta e della verdura un nugolo di persone di età varie, dai venti ai settanta, nessuna delle quali che comprasse alcunché, ma tutti a guardarsi intorno e a scambiarsi cenni a distanza. Misteri che sfuggono alla mia comprensione…

Torno a prendere la piccolina, che ha passato la notte fuori ma non se ne lamenta. Saliamo in cima alla città, fino alla piazza della cattedrale. E’ chiusa alle visite. Fuori, anche qui, gente seduta a far passare il tempo: qualche anziano, un ragazzino con le cuffie dell’iPod piantate nel cervello e lo sguardo ebete piantato nel nulla, due uomini di mezza età che confabulano tra loro, un altro, con qualche anno in più, che parla al telefono… Ma come si può starsene qui a non fare niente quando la propria città avrebbe bisogno di tutto? Devo chiamarla rassegnazione o è fatalismo? O peggio ancora mancanza d’amor proprio e delle proprie cose? Chi costruì le meraviglie che ho davanti venne senz’altro pagato per farlo, o costretto con la forza, ma non costruiva per sé, aveva un committente, o un padrone. Oggi tutto questo è nostro, è patrimonio collettivo, e noi non solo non abbiamo fatto niente per averlo, ma nemmeno ci preoccupiamo di occuparcene. Come è possibile lasciare che tutto vada in malora sotto i nostri occhi? Siamo il paese delle Sovrintendenze, delle Belle Arti, dei Ministeri, dei Periti e degli Esperti di questo e di quello… ma io dico che dovrebbero andare tutti in culo e per ognuno di loro che mandiamo a quel paese dovremmo assumere un manovale, un carpentiere, un idraulico, un muratore di quelli come dio comanda e cominciare a rimettere insieme quel che cade a pezzi. Qui è tutto da rifare, tutto in uno stato di progressivo abbandono: è questo il filo rosso che unisce Pontremoli a Piazza Armerina passando per l’Aquila!

Mi rimetto in macchina, che ne ho abbastanza. Ci sarebbe da visitare la Villa Romana del Casale, subito fuori città, con i suoi mosaici mirabili… patrimonio dell’Unesco… bla bla bla… La verità è che in fatto di rovine sono a posto per un po’: ci passo davanti, guardo da lontano, poi cercherò le foto su qualche rivista di settore o su un paio di siti web e sarà come esserci stato. Oggi preferisco la strada, ho bisogno di roba nuova.

Battisti: “Viaggiare“!