Tira tira, la corda si spezza

La Poderosa mi porta a spasso attraverso agrumeti gravidi di rosse arance di Sicilia, incurante del caldo torrido. In mezzo a questi colori si sente a casa, non c’è dubbio!

Qui non ci sono paesi, ma solo masserie a segnare il territorio, sparse un po’ qua un po’ là, punti neri sulle gialle colline. Di queste terre s’innamorò Richard Wagner e ad esse s’ispirò per comporre l’inno dei mietitori del Parsifal. Una mucca a bordo strada si ferma a fissarmi chiedendosi che razza di animalo sono io dentro il mio guscio rosso.

Più avanti gli alberi d’arance fanno spazio ai fichi d’india e ai campi di grano, ma il sole resta sovrano unico e incontrastato della natura. Cerco di seguire una strada che mi porti dove dico io, ma trovo continue interruzioni. Si vede che non sono vie battute queste… A un certo punto imbocco nuovamente la statale che avevo abbandonato chilometri prima, ma anche questa termina nel nulla, con qualche sbarramento… una galleria… e in fondo alla galleria… un muro! Insomma, non è proprio un muro, ma è una salita che un trattore non riuscirebbe a percorrere, che si direbbe tipica d’un sentiero d’alta montagna più che di una carrozzabile.

Alla fine, dopo qualche andirivieni per strade senza sbocco, trovo la via giusta che mi conduce a Piazza Armerina. Arrivo in città nel tardo pomeriggio.

Proprio mentre parcheggio per fare quattro passi, però, sento un colpo netto schiacciando il pedale della frizione. Si sa, se tiri troppo la corda finisce che si spezza, e il meccanico di stamattina, per quanto gentile, deve avere esagerato. O forse, più semplicemente, il cavo è vecchio e ha fatto la sua storia.
Ad ogni modo sono a piedi, e questo e quel che conta. Ma la mano divina è benevola nei confronti degli ultimi e io che viaggio piano sono l’ultimo degli ultimi, sicché chiedo a un passante e trovo un meccanico a non più di cento metri, per di più tutti in discesa. Mi basta mettere in folle, lasciare che la piccola scivoli nel mezzo della strada e poi farla rotolare lenta, fino a destinazione.

C’è un po’ di viavai e mi tocca aspettare, ma poi mi servono.
Il signor Grillo, titolare dell’omonima officina, ha un sorriso rassicurante e l’aria di chi sa il fatto suo e mi affida alle sapienti mani di Ahmed. Ahmed è senz’altro un bravissimo meccanico ma arriva dall’altra sponda del Mediterraneo, parla solo la sua lingua natia e quella locale (un siciliano stretto che comunque mi arrangio a capire meglio dell’arabo) e probabilmente non ha mai visto una Cinquecento in vita sua, perché per sostituire il filo della frizione vorrebbe smontare il tunnel nell’abitacolo della vettura. Intraprendente, ha il vizio di tutti i meccanici che ho avuto occasione d’incontrare nel Nord Africa come in Medio Oriente: parte in quarta senza analizzare il problema, convinto che troverà una soluzione per strada. Sia ben chiaro, bisogna dare a Cesare quel che gli appartiene: nove volte su dieci questa razza di meccanici risolve il problema con assoluta efficacia e soluzioni creative che un ingegnere laureato ad Harvard faticherebbe anche a concepire, ma io sono troppo affezionato al lato formale della questione e quando lui comincia a sollevare la copertura del pianale della mia piccola, a svitare il portaoggetti e a smontare i sedili per poter procedere lungo la via che ha in testa io mi sento in dovere d’intervenire. Cerco di spiegargli che quel che vuole fare non serve e che per farlo e rimontare il tutto ci vorrebbero delle ore, ma io non ho i gradi del perito e solo grazie all’intervento di un suo collega riesco a convincerlo.

Fra una cosa e l’altra ci vuole un po’ di tempo, ma in conclusione esco con la Poderosa più agile e scattante di prima. Anche Ahmed mi saluta simpaticamente, per nulla offeso se mi sono permesso di mettere mano al suo lavoro e assai più contento che alla fine tutto funzioni per bene.

Pago quaranta euri materiali inclusi e il signor Grillo dice che trattasi di regalo, datosi che il pezzo ormai non si trova più e dunque ha valore inestimabile. Può darsi, ma mi pareva comunque un prezzo onesto, anche senza spiegazioni.

Saluto tutti (ormai sono di famiglia) e, dato che ormai s’è fatta una certa ora, mi cerco un posto in città per passare la notte.
Lo trovo al numero sessantaquattro di via Garibaldi, in pieno centro, in un antico palazzo patrizio… bla bla bla… arredato con mobili d’epoca… bla bla bla… In verità: un posto dove tutto sa di vecchio e un po’ stantio, ma con un tetto e un letto, che sono quel che mi serve ora.

Non ho fame: esco a fare due passi, in cerca di posto dove bere una birra fresca.
Buona parte degli edifici che impreziosiscono la città risale al diciassettesimo secolo. A quei tempi Piazza Armerina era una sontuosa cittadina di provincia. Oggi è poco più che il fantasma di sé stessa. Tutto è grossomodo in stato di semi abbandono, anche se la Sicilia di una volta si intravede nelle forme sinuose degli edifici e delle chiese barocche. Nelle vie del centro un portone su due reca annunci di appartamenti in vendita. In alcuni casi si vendono intere palazzine. Tutto si vende, nessuno ristruttura, qualcuno ricostruisce, ma fuori, dove costa meno. Tutti abbandonano, nessuno vive, la città pure muore di lenta agonia.

Lungo la via maestra passo davanti alla sede del comitato del Quartiere Monte. La città è divisa in quattro quartieri: Castellina, Monte, Casalotto e Canali, ciascuno con una propria storia e proprie tradizioni, e un comitato per preservarle. Un magnifico portone in legno antico è sormontato da un portale in pietra con i segni del prestigio, sul quale campeggiano bellamente alcuni piccioni, lasciando cadere a spregio i propri escrementi sulla facciata del palazzo e sulla strada. Dentro, nell’atrio, è parcheggiata un auto. Vecchia, non d’epoca. Oltre s’intravede una scalinata che si apre elegantemente a ventaglio salendo, sormontata da due colonne semplici e leggere. Non un gradino della scala è in condizioni di essere calpestato in sicurezza.
Nonostante tutto questo il luogo conserva il suo fascino e con l’aria dignitosa di un anziano che porta gli acciacchi degli anni ma non vuole più di tanto darlo a vedere mi dice: una volta, quando ero giovane, io sì che ero bello… anche se oggi mi son fatto vecchio, quasi non vedo più e duro fatica a camminare, con queste gambe gonfie e le ossa rotte…

In mezzo a tutti questi pensieri sulla vecchiaia mi faccio venire incontro dal buon Pino Daniele d’un tempo: “Cammina, cammina