Terra bruciacchiata

Al mattino lascio Pier e i suoi dopo una colazione superlativa con brioche calda, granita alla mandorla e caffè. Caffè a parte, come mi insegna Pier.

La prima tappa del giorno è dal meccanico per una visita di controllo. Le code di ieri hanno messo a dura prova la frizione della piccola e il pedale è sceso di molto, segno che c’è bisogno di una regolata. Con gentilezza e tra i soliti sorrisi di circostanza che accompagnano le mie soste tecniche, il meccanico procede a registrare la tensione del cavo e io posso spingere la Poderosa in cima all’Etna!

La via sale da Zafferana con ampi curvoni e man mano il paesaggio cambia. A valle compare il mare, lontano e immenso, a monte la terra, nera, coperta di polveri e di colate di lava rappresa.

Mi fermo a visitare i crateri silvestri prima di arrivare al piazzale sotto il rifugio Pazienza, dal quale partono le escursioni e la seggiovia che porta in vetta. Il vulcano è in attività proprio in questi giorni e le guide sono tutte impegnatissime. Assieme a Fabrizio, un amico, avevamo provato a bloccarne una, ma senza successo. Peccato, sarebbe stata una bella esperienza.

Il paesaggio è lunare, ma in quanto a folla la spiaggia di Scalea pareva deserta. Dalla cima dei crateri si gode un panorama di tutto rispetto sulla spianata che volge al mare e sul parcheggio che brulica letteralmente di piccoli omini e di autovetture come modellini, tutte colorate e ben allineate lungo le linee tracciate a terra. Diversi torpedoni caricano e scaricano turisti di ogni nazionalità e i tanti negozietti di gadget e di prodotti locali (miele e pistacchio di queste parti sono una gioia dei sensi!) fanno ottimi affari.

Quando anch’io mi getto nella mischia un russo grosso e muscoloso come Ivan Drago s’innamora della mia piccola e mi chiede se può fare foto con sua moglie e sua figlia. Ci metto un po’ a capire cosa vuole perche dalla sua bocca escono solo caratteri cirillici, ma indica la macchina e se la ride, incredulo che possa esisterne una così piccola. Riesco a capire che arrivano da San Pietroburgo e a spiegargli che la macchina è del ’75, e quando con le dita fa il gesto di scattare gli apro volentieri la porta e mi diverto a osservare il suo entusiasmo. Alla fine mi stritola la mano in segno di riconoscenza e si allontana tutto contento, girandosi a guardare indietro un paio di volte per salutare e ringraziare di nuovo. Che volete che sia il vulcano rispetto a cotanta minuta magnificenza vestita di rosso? Queste sono emozioni, quella è pietra dura!

In verità l’Etna avevo avuto modo di visitarlo anni fa, in periodo di maggiore calma, e aveva saputo darmi altre sensazioni. Oggi, con tutta questa gente, sembra un gigantesco Gulliver trattenuto da un formicaio di centinaia e centinaia di piccoli lillipuziani, incapace di scrollarseli di dosso.

Me ne vado un po’ deluso. Scendendo mi fermo a bere un caffè e a comprare dell’acqua. Il caso vuole che il primo bar sulla mia strada sia quello della famiglia Condorelli a Belpasso. Condorelli, sì, quelli dei torroncini! Menomale che col caldo che fa le scorte che potrei portarmi a casa si scioglierebbero come neve al sole: ne beneficerà il mio colesterolo.

Sulla strada incrocio Paternò. Faccio un rapido giro tra i palazzi, belli quanto malmessi. Nella piazzetta, davanti alla chiesa, tira un’aria di vecchia Sicilia d’un tempo…

Mi allontano dal vulcano e mi inoltro nella brulla campagna. Le atmosfere di grilli, lucertole e piccoli sentieri che tagliano larghi colli sono quelli della bellissima “Stranizza d’amuri”. Franco Battiato, marchio di garanzia.