Scilla e Cariddi

Al mattino passo a comperare una provvista di tonno Sardanelli, che si inscatola qui. Non è facile procurarselo fuori dalla Calabria, ma se non l’avete mai assaggiato provatelo. Neanche a farlo apposta, tanto per continuare la serie delle coincidenze, scopro che Sardanelli è anche il proprietario del bed and breakfast che mi ospita, e quello del tonno altri non è se non suo fratello…!

Prima di varcare lo Stretto faccio tappa a Scilla e, subito sotto, alla spiaggia di Chianalea. Sull’istmo si erge il bel paese e sotto la spiaggia, non è meno bella ma affollatissima.
Mi ci sono fermato solo per curiosità, a dire il vero, ispirato da una canzone di un gruppo che ascoltavo spesso anni fa e che poi è sparito come molti. Ve la ripropongo: Pantarei, Chianalea.

Purtroppo la realtà non incontra le mie aspettative: niente pescatori, solo bagnanti e ristoratori. Il sole picchia forte e la gente si ripara un po’ ovunque. Un ambulante se la dorme alla grande all’ombra di un furgone, sdraiato bellamente sul marciapiede. Un signore approfitta del fresco del sacrario sotto il tunnel per la sua pennichella mentre un anziano pescatore con i capelli bianchissimi e la pelle nera segnata dal sole si è scelto un posto all’ombra sotto la massicciata del porto e lì ha piazzato la sua sdraio di plastica.

Faccio un giro, mi disseto, me ne vado.

La traversata non dura neanche il tempo necessario a godersi il panorama.

Uscito dal porto, attraverso una Messina semideserta, fiaccata da un sole che non dà tregua. Mi complimento con la mia piccola, che mi ha portato sin qui senza battere ciglio. È un bel traguardo, no?
La strada corre lungo il litorale con morbide curve tra salite e discese. Si gode un bel panorama. Attraverso qualche paesino sulla costa e mi fermo a Roccalumera, dove ho appuntamento con Francesca. Il bar del paese offre una granita superlativa e quattro tavolini sulla via. Faccio mettere sotto la mandorla e sopra i gelsi!

Sul lungomare di Roccalumera, quando mi rimetto in viaggio, c’è un discreto traffico. Il peggio però deve ancora arrivare. Sì perché questi sono giorni di festeggiamenti e sagre di paese, e la via è completamente bloccata all’altezza di Letoianni. Ci saranno dieci chilometri buoni di coda, forse di più. Ne faccio uno, poi due, poi prendo una decisione drastica e risolutiva: torno indietro e imbocco l’autostrada. Lo so, è il genere di percorso che il mio viaggio non contempla, ma è tardi e Pier mi aspetta a Catania per le otto.

Mi superano tutti in autostrada, ma non sanno che si perdono a scorrere le pagine del libro senza leggere.

In lontananza l’Etna mi saluta con un bel pennacchio fumante.

Esco a Giarre e seguo per Zafferana Etnea, località Fleri. Sembra fatta, ma prima di arrivare mi tocca superare ancora la festa di una qualche santa patrona e il festival equestre. Accumulo un’altra buona oretta di ritardo e in tutto questo riesco pure a perdermi per strada. Pier mi viene in soccorso, mi concede il tempo per una rapidissima rinfrescata e poi m’imbuca nella festa di famiglia, organizzata dal “fratello ricco” di suo padre (sono parole sue). Quando si dice essere accolti come un figlio!

Siamo in una bellissima villa nell’entroterra di Aci Catena, uno dei tanti paesi della galassia catanese, con alte palme, piscina illuminata, campo da calcetto e qualche ettaro di giardino. Ci dà il benvenuto la giovane compagna dello zio Salvatore, il quale ultimo, quando Pier gli accenna al mio viaggio, stringe le spalle e in dialetto stretto spiega che ognuno si diverte come gli pare. Annuisco. Poi, senza abbandonare la sua lingua madre, mi racconta che quando era giovane faceva le gare con le Cinquecento, che i meccanici di allora erano veri meccanici che il motore lo sapevano pure costruire, non assemblatori come quelli di oggi, che per aumentare la tenuta montavano sulle macchine le gomme della Tyrrel P34 (quella a sei ruote) e che con quelle a Monza aveva toccato i centocinquanta e pure i centosessanta, ma a Vallelunga era arrivato fino a centottanta.
Io voglio tanto bene alla Poderosa, penso, e mi piace spremerla un po’ quando la strada lo consente, ma qui stiamo parlando di abbattere il muro del suono… credo che la piccola si sgretolerebbe sotto di me come in un cartone animato… Tant’è, ai tempi si correva per fare i piccioli e i piccioli, si sa, valgono bene qualche rischio.

Ci godiamo la serata cenando a bordo piscina. Camerieri in livrea si muovono agili tra i tavoli e noi ci serviamo dal ricco buffet. C’è anche una pista da ballo, e il dj che mette su i pezzi dell’estate: la solita merda da discoteca, mi si passi il termine, e qualche pezzo revival per accontentare quelli coi capelli che imbiancano.

Quando torniamo all’ovile è tardi, ma mi godo ancora un poco la piacevole frescura della notte e la bella vista con le luci della città e il mare in lontananza. Il monte Ilice veglia su di noi illuminato da una luna bianca e panciuta. Poco sopra, mi indica Pier, c’è la casa dove visse la Maria che ispirò al Verga la “Storia di una capinera”. Di fronte a quella, più su sull’erta, la casa dalla quale lo scrittore osservava la ragazza.

Vado a letto stanco, ma ho la pancia piena e la Sicilia mi ha dato il suo benvenuto nel migliore dei modi.