Aria pesante

Dopo Mileto, capitale normanna, mi aspetta l’imprevisto dietro l’angolo.
Infatti ho bisogno di fare il pieno, ma tutte le pompe della prima stazione che incrocio sono fuori servizio. Guai della domenica.
Mi fermo alla successiva, sgancio il cofano, scendo e… il display del self service mi annuncia che anche qui non c’è trippa per gatti. Bene, proseguiamo. Faccio cento metri, duecento, qualche curva, poi un lungo rettilineo. Faccio in tempo a prendere velocità e il cofano si apre d’improvviso sollevato dal vento. Ho dimenticato di chiuderlo dopo la sosta!

Inchiodo, non vedo più nulla. Fortunatamente sulla strada ci sono solo io, ma ormai il danno è fatto: nel sollevarsi la sottile lamiera ha battuto con violenza contro il tergicristalli e il bordo superiore del parabrezza, deformandosi. Eppure qualcuno mi aveva messo in guardia, maledizione… Durante uno dei primi rifornimenti, infatti, un benzinaio un po’ più accorto mi aveva detto appunto che il gancio di sicurezza non teneva. L’ho preso per un eccesso di zelo, ed eccomi qui a cercare di sistemare le cose alla bella e meglio.
Lezione imparata: non trascurare gli avvertimenti di chi la sa più lunga di te. Metto in tasca e porto a casa, ma c’è l’ho con me stesso e con la mia superficialità.

Lascio la costa per un tratto, seguendo la statale 18 che passa più all’interno e dirige verso Rosarno.
Il posto è noto più o meno a tutti per la rivolta degli immigrati africani, che qui lavorano nei campi per pochi euro e vivono ammassati in baracche fatiscenti. Incrocio uno di questi braccianti che pedala su una bicicletta vecchia e sgangherata mentre il sole gli cuoce la pelle.

Siamo nella piana di Gioia Tauro, terra di ‘ndrangheta e malavita. La presenza è nell’aria. Chi è stato in posti dove la longa manus della criminalità regna sovrana credo possa capire quella sensazione di calma surreale che si prova in questi luoghi. Tutto è fermo ma tutto sembra potere esplodere in ogni momento. Ci si aspetta ogni cosa, ma non succede niente. Niente che chi comanda non decide che debba succedere, s’intende.

A Rosarno tira giusto quest’aria pesante.
Il cartello che dà il benvenuto in città avverte che è in funzione un sistema di videosorveglianza, ma precisa che tutto avviene nel rispetto delle leggi sulla privacy, ovviamente.
A ora di pranzo, quando passo io, è come il far west. Percorro la larga via principale che taglia in due il paese incrociando solo un paio di macchine. A metà, un’auto della polizia è ferma di traverso sulla carreggiata. Due agenti discutono con un passante. A terra c’è un nordafricano, immobile, la faccia butterata. Non capisco cosa sia successo. Forse è ubriaco o è svenuto per il caldo. Ad ogni modo, nulla di buono.
Molti palazzi sono incompleti, i ferri dell’armatura del cemento spuntano dai tetti, qualche vetro rotto, e tutti hanno un’aria trascurata e malconcia. Sulla strada si aprono come grosse bocche nere alcuni garage. Un paio sono come piccole discariche, pieni di rifiuti e ferri vecchi.
Subito fuori dall’abitato una pattuglia dei Carabinieri fa la posta a chi entra e chi esce.
Un chilometro più avanti, di fronte alla massicciata della ferrovia, c’è il parco di Santa Rita. C’è un albero e un po’ d’ombra e mi fermo qualche minuto a prendere due note. Qualche panchina e due tavolini per il picnic, sotto l’effigie della Santa che veglia. Lodevole iniziativa. Mi chiedo in un posto così assurdo chi possa venire a passarci del tempo…

Proseguo in direzione di Palmi. Rifiuti accumulati qua e là ai lati della strada. Non vi è metro che non abbia la sua bottiglia o il suo sacchetto di plastica abbandonato.
Anche questa è Calabria, ahi noi. Anche questa è Italia, che ci piaccia o no. E non ci piace.

Lentamente mi avvicino alla costa e recupero contatto con il mondo civile.

Litfiba: “Tex“.