La lezione dell’albero

Lascio Torrevecchia con un bel cesto carico di stupende pesche. Sono una varietà particolare, molto piccole e saporite, sembrano delle albicocche. Arrivano dall’albero di Dario, raccolte da suo padre davanti ai miei occhi. E sono buone, soprattutto.

Su segnalazione di uno degli zii di Dario faccio tappa a Guardia Piemontese.

La Calabria, più di altre regioni d’Italia, ha visto gente da ogni parte del mondo, e ognuno ha piantato la sua bandiera: gli albanesi hanno fondato qui almeno un paio di dozzine di paesi, in molti dei quali si parla ancora la loro lingua, i mori hanno lasciato torri sparse un po’ dappertutto sulla costa e anche i normanni prima e i borboni poi hanno lasciato segni in giro del proprio passaggio. Dai longobardi prende il nome un paese poco più a sud di Falconara Albanese.

Guardia Piemontese, invece, l’hanno fondata i valdesi nel millecinquecento. Data la posizione del borgo, fino fine della seconda guerra mondiale la comunità occitana è riuscita a tenersi pressoché isolata dal resto dei territori circostanti. Oggi però di valdesi non ce ne sono più e il paese si è ridotto a contare trecento anime, non di più. Me lo spiega un tizio di mezza età col quale attacco bottone mentre scatto alcune foto davanti a una delle diverse chiese. La tradizione valdese, mi dice, è ormai roba buona per i turisti: in giro ci sono solo i vecchi, e tutte le costruzioni avrebbero bisogno di manutenzioni che nessuno ha i soldi per pagare. D’inverno anche i vecchi stanno chiusi in casa, e il paese è praticamente disabitato. Ogni tanto però arrivano in pellegrinaggio gli occitani delle comunità ioniche, perché Guardia Piemontese ha mantenuto la sua importanza per il culto.

Continuo a chiedermi se c’è soluzione, se è destino che tutto questo patrimonio di bellezza, opere d’arte, cultura e tradizioni debbano inesorabilmente morire, o se qualcosa può davvero salvarsi. Ma non parlatemi di valorizzazione turistica! L’ho già detto e lo ripeto: i musei mi puzzano di morto, anche se sono a cielo aperto. Piuttosto dovremmo pensare a un ritorno a questi luoghi, alla loro riscoperta secondo modalità compatibili con quelle dell’economia contemporanea. Le nuove tecnologie possono darci grande aiuto in tal senso, riducendo le distanze.
Dovremmo fare uso di queste e del nostro estro e ingegno per ritornare gradualmente alle campagne, trovando la via per non abbandonare definitivamente il ricco bagaglio lasciatoci da chi ci ha preceduto.La parola d’ordine è sviluppo, non valorizzazione: su quel che c’è si costruisce secondo nuove concezioni, non ci si limita a spremere la bottiglia. E’ follia tutto questo? Utopia? Io credo di no, mi piace pensare che sia questo invece il senso intrinseco di quella che chiamiamo evoluzione. Mi piace pensare che la civiltà si evolve quando è capace di declinare le proprie tradizioni secondo nuove concezioni, non quando taglia le sue stesse radici alla base. Fortunatamente c’è qualcuno che di questo si è accorto. Chiedetelo ad esempio a quei vignaioli che producono in eccellenza!
Senza radici profonde nel passato non si cresce: è la lezione dell’albero.