Il paese fantasma

Lascio Matera a malincuore.
Mi fermo a fare benzina poco fuori città. Il gestore è un tipo simpatico e quando gli dico che arrivo da Monza con la Cinquecento mi guarda un po’ di sbieco e mi chiede se sono un artista, un regista o qualcosa del genere… Probabilmente da queste parti di squilibrati come me ne passano spesso, deduco.

Fino a Pisticci c’è solo una brutta statale che attraversa qualche campo coltivato e terre brulle. Pisticci è deserta quanto deludente, ma probabilmente l’orario per la visita non è il migliore e le mie aspettative, dopo Matera, si sono fatte alte.
Nella piazza centrale un signore di mezza età legge il giornale su una sedia di plastica. E’ l’unico essere vivente che incrocio. Siamo davanti al Municipio… che sia un dipendente in pausa? Può darsi, tant’è che quando si accorge che entra nella foto che sto scattando si alza infastidito e si sposta dieci metri più in là.
Faccio quattro passi per i vicoli ma, ahimé, la città ha poco da dirmi, quindi me ne vado.

Tappa successiva: Craco, il paese fantasma.

Compare senza preavviso dietro una curva stretta, in tutta quella che fu una volta la sua umile maestà. Inerpicato su uno spuntone di roccia, Craco ha un’anima povera e contadina, e infatti nessun castello domina l’abitato ma solo una torre, che ha più l’aria di una fortificazione. Nel mezzo del borgo, affacciato sulla costa più morbida del picco, si erge aggraziato il vecchio campanile. Sotto: le case, i pollai, i passaggi stretti fra le mura, i depositi scavati nella roccia sotto le abitazioni.
Di tutto questo solo i resti.

Quando arrivo non c’è in giro nessuno. Cerco di capire se il paese è visitabile, ma alcuni cartelli affissi qua e là dal Sindaco avvertono di stare alla larga: il paese è pericolante ed è assolutamente vietato l’accesso a qualsiasi essere vivente, umano o animale che sia. Dal vincolo l’Amministrazione ha saggiamente escluso i vegetali, ben sapendo di non poter fare niente contro la loro volontà, tant’è che alcuni arbusti e due grossi alberi di fichi spuntano fieri tra le rovine.

Giro un paio di volte intorno, poi trovo la strada. Non vi dirò qual’è né come varcare la soglia, perché è bene che non si sappia, ma tenete conto che dentro non troverete altro che mosche e rovine. E un paio di cucine a gas, abbandonate in mezzo alla strada presumo per il troppo peso. E la magia di essere in un luogo proibito.
Passo accanto a un piccolo appezzamento recintato e salgo sotto le mura. Da qui si gode un bel panorama su tutta la valle. Un cane mi viene incontro. E’ un bel labrador dal pelo bianco sporco. Quando si accorge di me si acquatta nell’erba alta e mi punta, poi si stanca, passa trenta metri oltre e si accuccia a sonnecchiare in un cantuccio.
Mi accorgo di avere due complici. Lui è di Gallipoli, lei, nerissima e bellissima, è di Santo Domingo. E’ lei che lo ha portato lì, lui non ne sapeva nulla. Lei è molto felice di questo, con la sua macchina fotografica al collo pronta a rubare ogni particolare, e anche se non sembra capire davvero quel che noi ci stiamo dicendo mi sorride ogni volta che incrocio il suo sguardo.

Passo sotto la torre medievale e scendo fino alla chiesa, alla quale è crollato il tetto. Quando esco dalle mura qualche turista in più gironzola intorno alle recinzioni.
Un poeta tedesco rimasto ignoto scriveva che nell’inferno della vita entrano in pochi, poiché i più si accontentano di spiare dalla soglia, spaventati dalle vampe e dai lapilli che anche lì arrivano.

Un padre di famiglia accanto all’auto nera si lamenta di non trovare entrate e osserva da lontano commentando sulla bellezza del luogo.
Già, che bello. Abbandonato però, ché tutti se ne vanno… Mi chiedo io però se un luogo è tanto bello per quale motivo nessuno ci resta? Non parlo di Craco, ovviamente, che viene giù, ma dei cento e mille paesini che ho attraversato fin qui, dai quali tutti scappano. Cosa spinge l’uomo (me compreso) a vivere in brutte città fatte di stupidi palazzi e grattacieli? Ancora non è chiaro che la grandezza non è per noialtri, che abbrutisce? Abbiamo ancora da imparare dai nostri nonni… se ne avessimo ancora da ascoltare…

Dalle cinque del pomeriggio Craco è visitabile. Non il paese, ma la via che corre sotto di esso, lungo un percorso sicuro. Arrivano due ragazze, aprono un cancello, si piazzano sotto un gazebo e staccano biglietti per i pochi turisti che hanno avuto la pazienza di aspettare (o la buona sorte di arrivare al momento giusto).
Io ho già visto, ma da un’altra prospettiva, dunque mi accodo.
Col biglietto mi danno anche un dvd che racconta la storia del paese. Lo guarderò poi.

Se Craco è ridotta così è perché all’inizio degli anni sessanta una lentissima frana ha cominciato a far scivolare verso valle tutto l’abitato, causando il lento crollo di ogni costruzione. Un paio di ingegneri di quelli molto in gamba hanno tentato di arginare il problema con un imponente muro di cemento armato, piantato nel terreno a venti metri di profondità, col risultato che la frana, caricata di ulteriore massa, si è mossa più in fretta. Il muro ha resistito, a dire il vero, ma ora potete osservarlo alcune decine di metri più giù di quando l’hanno costruito. Magicamente poi si è fermato tutto quando un paio di contadini han pensato bene di riforestare la collina a valle del paese. Nel frattempo sono passati vent’anni, e in paese non è rimasto più nessuno. Ha resistito il borgo medievale, costruito sulla roccia, con la chiesa del millequattocento e la torre. Anche le case più periferiche vengono fatte evacuare per ragioni di sicurezza nei primi anni ottanta.

Le cause della frana dicono che siano da ricercarsi in alcune perdite del sistema fognario, che lentamente hanno eroso il terreno. Ma c’è mistero, a riguardo, e c’è chi dice che tutto è cominciato in occasione di alcuni scavi per lavori…

Fortunatamente la tragedia non ha fatto né un morto né un ferito, e tutti hanno avuto il tempo di portare via ogni cosa. Sono rimasti gli affreschi nelle case più belle e un patrimonio di affetti e storie di vita quotidiana che si perderanno col tempo. In origine infatti Craco contava circa duemilacinquecento abitanti. Oggi il paese è stato ricostruito alcuni chilometri oltre, e gli abitanti sono solo settecento. I contadini hanno venduto le terre, che sono troppo lontane per essere coltivate ogni giorno, e qualche latifondista si è arricchito al loro posto. I giovani non sanno che fare in un posto sperso nella campagna e se ne vanno in città. Le uniche risorse sono quel poco di turismo e l’industria cinematografica, che si è accorta di avere un set d’eccezione per le sue produzioni più apocalittiche. Ma che risorse sono queste?

Qui tutto è destinato a perire definitivamente col tempo. Non c’è un piano di recupero e i costi di ricostruzione sarebbero comunque insostenibili.
“Se non ci aiutano…”
Chiude così il ragazzo che ci fa da guida la nostra breve visita. E io maledico una volta e di più quel fottuto fatalismo che uccide il Sud di questo Paese.