La metropoli alle spalle

Partito da Monza m’incammino di buon passo in direzione di Melzo, lasciandomi dietro il traffico cittadino e tenendomi ad assoluta distanza di sicurezza da quello di tangenziale e autostrada.
La via è buona e il cielo sereno.
Imbocco la Paullese, che mi porterà verso sud.
Strada facendo, anche se è quasi ora di pranzo e il sole picchia duro, posso ammirare i monumenti che rendono questa via famosa in tutto l’hinterland: statuarie, imponenti nella loro ostentata negritudine, mostrano alle auto in corsa i propri seni prosperose donne africane. Scendendo, allontanandosi dalla metropoli, il tutto si fa più nostrano. Qui le signorine sono più signore per età e meno per fattezze, non posano più ritte in attesa del proprio mecenate ma siedono mollemente su sedie di plastica, ora fingendo di parlare al telefono con l’amica di turno, ora fumando svogliate una sigaretta. Qualche chilo di troppo fa sangue e piace al camionista di lungo corso assai più del marmo d’importazione. Fa sentire a casa chi da casa è lontano, no?
Bene, mentre i pensieri corrono la mia Cinquecento trotterella tranquilla tra le deviazioni per i lavori in corso e segna con un tratto dritto la via fino a Cremona.
Arrivo in città che è ora di pranzo, ora perfetta per una prima sosta. Parcheggio accanto ai giardini pubblici, subito fuori dal centro, dove nessuno s’intrattiene fatto salvo un gruppetto d’operai in pausa per un boccone e un bicchier di vino, una dozzina di donne venute dall’est che discutono appassionatamente e un paio di barboni che sonnecchiano sulle panchine all’ombra mentre cercano di scacciare le tenaci mosche autoctone.
Imbocco la via che porta alla piazza del Duomo, dove alcuni bambini si divertono a far scappare i piccioni con tutta la cattiveria che la Playstation è riuscita a insegnare loro. Si divertono dal vivo, quanto meno.
Faccio qualche passo fino a piazza Stradivari (a proposito, non perdetevi il festival che si terrà in città a settembre!) dove campeggia la statua del maestro che dona uno dei suoi violini a un bambino.

Tutt’intorno regna una surreale tranquillità e a me è venuta fame, sicché decido di tornare sui mie passi e mi fermo a mangiare una fresca insalata sotto i portici di fronte al Duomo.
Si sta proprio bene lì sotto e il sole che batte impietoso il lastricato a tre metri da me mi convince che di Cremona ho visto poco ma comunque abbastanza.
La cameriera è simpatica e ha un dolce sorriso vagamente mitteleuropeo, con le gote rosse e paffute, sicché le chiedo anche una birra media, ché quella piccola finirebbe subito.
Una copia de “Il Piccolo” – il quotidiano locale – mi racconta mentre aspetto che sul Pò imperversa una banda di ladri di motori fuoribordo. Niente da fare, non riescono ad acchiapparli. “Il nostro fiume non è più sicuro!” dicono quelli delle società Canottieri. Ma in città i problemi sono ben altri: i negozianti sono scontenti per i saldi troppo in anticipo e c’è da decidere se cambiare o no il nome a piazza Cadorna.
L’insalata è ottima, la birra pure, ma il tempo, si sa, è tiranno: bevo un caffè, pago il conto, saluto la simpatica cameriera e mi rimetto in viaggio.

La metropoli è oramai alle spalle!