L’aquila dei Lombardi

Non è l’aquila che immaginereste, è invece l’aquila in ferro battuto che fece mio nonno di parte materna, che di cognome faceva Lombardi, assieme a suo fratello, e che oggi è incastonata nella ringhiera di un balcone di quella che fu la casa di famiglia, a Fragneto L’Abate.

Sotto questa insegna mi congedo dai ricordi e prendo la via di Matera.
Scendendo la campagna del beneventano e poi quella irpina supero verdi colline e campi ordinati.
Attraverso Sant’Angelo dei Lombardi, quindi scendo verso l’Ofanto e mi faccio incuriosire da alcuni cartelli che indicano la direzione per l’insediamento di Conza. Non molti ricorderanno, ma questi sono fra i comuni più fortemente colpiti dal terremoto del 1980. Io ho ben presenti i numeri di quel terremoto e alcune delle immagini che furono girate in quei giorni perché è materiale che abbiamo impiegato nell’ultimo spettacolo che ho messo in scena. Furono giorni terribili.

La mia curiosità viene premiata: buona parte delle baracche che furono costruite ai tempi sono ancora in piedi. La maggior parte sono in stato di abbandono, ma alcune sono addirittura abitate, e la sorpresa è grande. Bambini giocano dietro gli steccati che separano i piccoli giardini fra una casa e l’altra, una donna parla al telefono, un uomo annaffia le piante, un cane abbaia. Si pranza a tavola tutti assieme per ferragosto.
Stupitevi come mi sono stupito io, ma dietro l’apparenza delle cose c’è spesso una verità assai più semplice di quanto ci piaccia o non ci piaccia immaginare: l’anno scorso il signor Vito Farese, sindaco di Conza della Campania, si mise in testa di trasformare quell’insediamento fatiscente in un piccolo villaggio turistico, data la posizione privilegiata, a poche centinaia di metri dall’oasi naturalistica del WWF dove nidificano le cicogne, sulle rive dell’Ofanto.

Abbagli a parte, in paese a Conza sono rimasti in pochi. Per ricordarselo, la stessa Amministrazione che ha voluto il villaggio vacanze nella baraccopoli ha messo a nuovo il “giardino dei migranti”: qualche alberello e una targa per ricordare chi ha lasciato la terra natia. Su tutto il territorio comunale, del resto, non c’è edificio che superi i due piani, non c’è costruzione che superi i trent’anni, e questo la dice lunga sulle condizioni nelle quali il paese è stato ridotto dal terremoto.
Piazza pulita.
Però ci sono giostre per bambini e giardinetti, segno che la vita non si è fermata. E opere d’arte nel mezzo delle rotatorie. E una chiesa moderna.

Proseguo in direzione di Calitri.