Immota manet

Arrivo a L’Aquila la sera che è già buio.
Paolo e Pino mi aspettano al ristorante, dove mangiamo molto bene. La signora che ci accoglie è molto cortese e mi è subito simpatica perché lascia che parcheggi la piccola proprio davanti all’ingresso, non essendoci posto altrove, ma a fine pasto, quando le chiediamo qualcosa su quel che si può vedere in città, il suo umore si fa d’un tratto triste. La città è come morta, dice, e nessuno potrà ridarle vita. I danni del terremoto sono stati tali e tanti che non c’è rimedio. In più il tempo è passato e la gente ha cominciato a costruirsi una vita nuova altrove. Concordiamo sul fatto che la ricostruzione avrebbe dovuto partire subito, perché proprio il tempo taglia i legami e l’urgenza di trovare soluzioni. Fosse per lei andrebbero abbattuti gli edifici che non possono essere ristrutturati, per poi ricostruire ex novo la città. Magari più bella di prima… perché no?

Al mattino mi alzo presto. Mi aiuta Stefano, involontariamente, che mi sveglia con un suo messaggio. Sono passate da poco le sei, ho ancora sonno, ma infilo le scarpe da jogging, una maglietta e un paio di pantaloncini e ne approfitto per una corsa.
Il nostro albergo è a pochi metri da corso Federico II, la via che taglia in due la città vecchia. L’imbocco di buon passo e lo percorro tutto, fino all’altro capo.
Per strada quasi nessuno: cani randagi, qualche militare a presidio delle zone vietate, un vecchio signore che passeggia lento fra le case rotte, guardandosi intorno con l’aria spaesata di chi non riconosce luoghi noti.
L’Aquila è questo, oggi: un grosso paesone dormiente che non riesce a risvegliarsi. Antichi palazzi e chiese tenute in piedi da un groviglio di tubi metallici, tiranti, contrafforti, puntelli e ogni sorta di marchingegno che possa evitare che crollino rovinosamente. Una sorta di malato terminale che non reagisce più agli stimoli, tenuto in vita da un polmone d’acciaio. Encefalogramma piatto, cuore regolare, ecco tutto.

Girando per il corso e per le poche vie percorribili s’intuisce la portata dei danni fatti dal terremoto. Alcuni palazzi sventrati lasciano intravedere pezzi di vita rimasti lì, appesi a un istante. Una sedia sul balcone, una pentola, un orologio appeso, un orsacchiotto sventrato dai calcinacci e consumato dalle intemperie. Stracci e rifiuti accatastati negli angoli più nascosti, vecchie ciabatte, effetti personali, comune immondizia che nessuno ha ritirato, detriti e macerie. E un silenzio irreale, assoluto, rotto solo dal rumore delle prime gru in movimento che cominciano i lavori del giorno.

I militari, per lo più Alpini, sono assai gentili. Giovani, salutano nelle loro divise cordialmente ogni passante. Lo stesso fanno i Carabinieri. Chiedo a due piantoni se posso percorrere la via che corre accanto al Duomo e nel loro diniego mi pare di cogliere un tanto di imbarazzo e sincero dispiacere.

Torno a vedere la città qualche ora dopo, in abiti civili, in compagna di Paolo e Pino.
Ora c’è più gente, un bar e qualche negozio hanno coraggiosamente aperto, le luci accese dietro le finestre lasciano intendere che alcuni uffici hanno ripreso a funzionare.
Passeggiamo a zonzo. Mi intrufolo in un portone aperto. Scopro una cucina e una stanza al piano terra di un bel palazzo, ristrutturate in parte, ovunque puntellate con sapiente intreccio di tubi e tiranti.
Senza volerlo ci ritroviamo dentro la Zona Rossa. Probabilmente un cancello lasciato aperto, o una barriera rimossa per errore o per dimenticanza.
La situazione è ovunque la medesima e pare non avere soluzioni. Torniamo verso il corso.
Su una recinzione gli abitanti delle case inaccessibili hanno appeso le loro chiavi in segno di protesta.

I cartelli dicono di cittadini stanchi di non avere risposte, convinti che dietro i ritardi vi siano i giochi di potere e i soliti interessi. Dicono anche la disperazione di chi non può tornare dove ha lasciato la propria vita fatta di abitudini e piccoli piaceri quotidiani, di amicizie, frequentazioni e comunioni andate perse. E la malinconia rassegnata di chi non vede vie di ritorno.
Sotto questo tripudio di sentimenti giace il cuore antico di una città il cui simbolo è una rapace aquila e il cui motto, immota manet, suona quasi come un’arcana minaccia. Maledettamente qualcosa si è mosso la notte del 6 aprile 2009. E adesso, nulla cambierà più?
Così pare, se nessuno avrà la perseveranza di continuare a indignarsi di fronte all’assurdità di questo lavoro iniziato e lasciato a mezzo. Ma di chi è questa città, mi chiedo? È solo loro, degli aquilani che via via la vanno abbandonando per rassegnazione? O è pure nostra, degli italiani? Non è questo anche il nostro giardino? Quel bel giardino che ogni anno milioni di persone visitano venendo da ogni parte del mondo e che rende ciascuno di noi orgoglioso di questo Paese? Le domande retoriche hanno risposte ovvie, dunque è ora di passare ai fatti e cominciare a pensare che finché L’Aquila non sarà tornata al suo splendore tutti noi saremo in debito. A quando dunque una tassa per la ricostruzione?

Alcune delle foto che ho scattato in città le trovate qui. Non mi ha mai fatto impazzire, ma il pezzo di oggi non può che essere “Domani“. Buon ascolto.