Per campi di girasoli e cascate

Lasciata Santa Cristina, la strada corre via tra magnifici campi di girasoli. Hanno il capo chino, in segno di riconoscente omaggio al sole che li ha nutriti. Sanno che moriranno a breve, ma vanno incontro alla fine con fiera umiltà, come si conviene a chi ha vissuto a testa alta, guardando in faccia il proprio dio ogni giorno.

Faccio tappa a Montefalco, per un pranzo al’ombra degli alberi, nella tranquillità del borgo.
Il vecchio signore che gestisce la locanda ha un aria burbera e parla solo il dialetto locale, ma è garbato e mi tratta bene con la sua cucina: strangozzi col tartufo, una spruzzata d’olio buono e un bicchiere di Sagrantino.

Riparto in direzione di Spoleto. Il castello è magico e domina la valle da alcuni secoli con immutata austerità, nonostante poco sotto passi la via trafficatissima, della quale cerca in qualche modo di non darsi cura.

E’ maestoso e imponente, ma è come un complemento naturale del colle che sormonta.
Niente di quello che l’uomo ha realizzato in queste valli è realmente grande, ma tutto risplende ancora a distanza di secoli.
Le cose grandi non sono dell’uomo, sono per gli Dei. Al limite potevano essere per Re ed Imperatori, ma non in quanto uomini, in quanto simbolo in terra di qualcosa di supremo. La grandezza infatti è straordinaria, in senso letterale. Da quando la grandezza è entrata nelle nostre vite quotidiane l’uomo si è fatto piccolo e villano, arrogante e prepotente quanto volgare nel suo correre dietro alle apparenze. L’agio che era dell’aristocrazia non per privilegio ma per onore ha ceduto il passo al lusso, che a nessun merito s’accompagna se non a quello di sapere accumulare denaro.

Vorrei avere con me le “Memorie di Adriano” e rileggerne i passi. Fatelo voi che potete, che l’abbiate già fatto o meno poco importa. Io lo rifarò al rientro, senz’altro.

Sotto Terni giro per Papigno, uno di quei paesi come li facevano una volta, arroccato su un cocuzzolo, con le case a strapiombo, che se ti cade un calzino se lo mangiano le pecore al pascolo duecento metri sotto. Dalle finestre di Papigno però non si vedono alberi normali né valli e prati, ma alberi di ferro che coprono la collina, tralicci, e fili che li uniscono alla sterminata centrale elettrica stesa sul fondovalle. Qui vengono convogliate le acque irruenti della cascata delle Marmore, dalle quali viene tratta l’energia che alimenta tutta la regione.

Faccio visita, da buon turista, ma non mi diverto, non mi emoziono. Qui tutto ha l’aria di un divertimento d’altri tempi, la stessa sensazione che ho già provato a Bagni di Lucca o a Porretta. Anche le foto in vendita nei pochi negozietti di souvenir lungo la strada, squallidi come sanno essere nella loro sciatteria, ritraggono luoghi di venti, trent’anni fa, scolorite dal sole. I bambini accompagnati per mano dai genitori lungo i passaggi che affacciano sulla cascata non hanno le facce stupite che dovrebbero: dopo aver visto Avatar 3D sono abituati a ben altri prodigi della natura. Del resto un poco li capisco: che ci si va a fare alle cascate se non ci si può fare il bagno e nemmeno godersi un picnic al fresco degli spruzzi? Chi si diverte gioca a pallone nel prato, cento metri più in là. Gli altri hanno facce meste.

Per riprendermi mi rimetto in viaggio sulle note di Ruggeri: “Vivo da re“!