May we have a dream?

E’il 18 luglio 2011 e Nelson Mandela compie 93 anni.

Madiba – così lo chiamano in patria – è nato nel lontanissimo 1918, quando in Sud Africa i neri come lui erano buoni solo per i lavori duri e non avevano diritti di sorta, nemmeno quelli che noi oggi riconosciamo come i più elementari. Quelli che alzavano la testa finivano in galera, e Madiba in galera ci ha passato ventisette lunghissimi anni. Dopo oltre mezzo secolo di battaglie, uscito finalmente di prigione, non gridò vendetta nelle strade per quanto patito, non andò in caccia del proprio aguzzino quartiere per quartiere, non ebbe parole di odio, ma solo di comprensione e di riappacificazione. Capì, con una superiorità di spirito che lascia impalliditi e senza fiato al solo concepirla, che l’unico modo per mettere fine prima che avesse inizio a quella rivolta nera che avrebbe portato il paese a una guerra civile lacerante, destinata a durare forse cent’anni, era quello di dimenticare il passato e ricostruire il futuro da zero.
Così, da un momento all’altro.
Sapere che il tuo vicino di casa due o vent’anni prima è stato schiavista e aguzzino del tuo più caro amico, del tuo parente più stretto, di tua madre o di tuo padre, o semplicemente dei tuoi simili, che ha approfittato di un regime di disparità e del proprio appartenere alla casta eletta per toglierti ogni barlume di speranza in un futuro migliore, per negarti ogni forma del più misero rispetto, per umiliarti e spogliarti di tutto e, ciononostante, abbracciarlo, perdonargli e accettarlo come se nulla fosse successo ieri, guardando solo a quel che sarà domani: questo non è umano, è divino. E Madiba, dio in terra, lui che le battaglie le aveva combattute e le ferite inferte e ricevute, non solo ha fatto di questo la propria legge di nuova vita, ma ha saputo convincere il suo popolo intero che quella era la via, la sola e unica via per portare a casa il risultato di una prima sconosciuta, limpida e immacolata libertà.
Era un sogno, ed è diventato realtà. Come il sogno di Martin Luther King di vedere i neri d’America vivere una vita pari per dignità a quella di tutti i loro concittadini di pelle bianca, così il sogno di Madiba ha preso forma. Dalla misera cella in cui era rinchiuso, Nelson Mandela è uscito per diventare il primo presidente nero del Sud Africa. Aveva il sogno di una nazione arcobaleno, e lo ha realizzato. Aveva il sogno di un paese i cui valori fondanti fossero l’onestà e il rispetto, e ha dato il buon esempio per primo, dando segno di non approfittare mai, neanche per un minuto secondo, dei pur tanti privilegi che la sua posizione avrebbe potuto dargli, e che molti dei suoi concittadini gli avrebbero probabilmente concesso più che volentieri, perché meritati. Aveva la convinzione che quel ruolo non desse prestigio, ma conferisse responsabilità, e così lo ha interpretato, facendosi carico dei problemi di tutti fino a quando ne ha avuto le forze, e dimettendosi spontaneamente quando queste sono venute meno, facendosi da parte per lasciare il campo a chi, più giovane, avrebbe avuto le energie per portare avanti un progetto cui lui aveva dato vita, ma che apparteneva al suo popolo, non era suo.
A 93 anni Madiba ha chiesto un regalo alla sua gente: sessantasette minuti di buone azioni, tanti quanti sono gli anni che egli ha speso per la causa del suo paese. Sessantasette minuti di altruismo, sessantasette minuti di comunione, di consapevolezza sociale, sessantasette minuti di civiltà.
Noi vediamo l’Africa lontana, e in effetti vedere quel che ci succede sotto gli occhi ogni giorno dà il taglio della distanza che ci separa dal paese di Mandela e dal suo insegnamento. Ma io continuo a chiedermi: possiamo anche noi avere un sogno, o il nostro destino è solo rassegnazione?
Auguri Madiba, happy birthday.

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