Chamaco

Qualche anno fa, durante un viaggio a Cuba, raccolsi in una libreria di Pinar del Rio alcuni libri di autori locali.

Uno, in particolare, mi colpì: Chamaco, di Abel Gonzalez Melo. Tornato in Italia decisi di tradurre il testo con l’idea di pubblicarlo. Scrissi all’editore cubano senza credere più di tanto nella possibilità di una risposta ma, a dispetto della mia scarsa fiducia, solo un paio di giorni dopo avevo già le informazioni richieste: Abel vive a Madrid, torna saltuariamente a l’Avana, puoi contattarlo così e così. Gli scrissi e poche settimane dopo, assieme all’amico René – argentino, dunque madrelingua – ero a Madrid a discutere il progetto.
Con Abel abbiamo lavorato due giorni a tempo pieno, per essere sicuri di cogliere il senso di ogni frase, le ragioni di ogni azione, il colore di ogni atmosfera. E poi ancora per altri due mesi ci siamo scambiati opinioni e punti di vista, verificando di non tradire il significato di ogni singola parola tradotta. Oggi, a distanza di quasi tre anni, questo lavoro meticoloso e artigianale è diventato un libro. Di più: è il primo libro di un progetto editoriale che ho seguito personalmente, con il preziosissimo aiuto di René e di Abel. Questo progetto si chiama Hackmuth e ha per logo un cagnolino che ride (a voi scoprire il perché!). Per una volta dunque approfitto di questo spazio per parlare di un libro della cui esistenza, almeno in italia, mi sento in parte artefice. Lo faccio tramite la prefazione che ho scritto.
Se qualcuno di voi volesse acquistarne una copia, consiglio di scrivermi, in quanto al momento solo poche librerie lo hanno in vendita. Le spese di spedizione sono a mio carico, ovviamente. Se invece avete un amico libraio, consigliategli di mettersi in contatto con me per averne delle copie in conto vendita! In ogni caso, buona lettura.


Perché Chamaco

Sono arrivato a Chamaco per puro caso, durante un viaggio solitario a Cuba, in cerca di qualcosa di cubano che non fossero le grosse auto americane degli anni cinquanta. In una libreria di Pinar del Rio, particolarmente ben tenuta e ordinata, ho fatto incetta di alcuni libelli dalla grafica vivace. Testi teatrali e altre opere di giovani autori cubani, fra cui Chamaco. Non conoscevo ovviamente né l’autore né l’opera, né, per la verità, avevo mai letto niente di quanto prodotto dalla letteratura dell’isola. Ne fui impressionato subito. Per la freschezza del linguaggio, per la schiettezza dei caratteri, per i tratti duri e marginali dei personaggi e al tempo stesso per la loro tragica purezza.
Chamaco è un opera dove non ci sono buoni e cattivi, ma solo uomini e donne, esseri umani di fronte alla vita. Come nelle opere di Eschilo e Sofocle, non è l’attesa di scoprire come stanno le cose a tenerci incollati alle pagine – sappiamo già tutto – ma il desiderio di veder dispiegarsi la tragedia umana che intuiamo dietro i tratti di ogni personaggio, fin dal primo incontro con loro. Ed è una tragedia mai banale, tantomeno esplicita, sempre sofferta. E questo rende Chamaco, che in sé è un’opera terribilmente cubana – nel senso che nella realtà di Cuba affonda le radici nella maniera più profonda – un’opera di respiro internazionale. Come se il vento che soffia fra le fronde dei rami del Parco Centrale de L’Avana, correndo lungo il Prado fino al Malecon, portasse l’aria di questa città per il mondo, diffondendone gli odori e le storie. Se L’Avana è il contesto – essenziale – perché si scatenino gli eventi, le emozioni e i conflitti che ne scaturiscono sono di ogni luogo. E le relazioni fra gli uomini che le vivono, uomini e donne che incarnano la Cuba più miserabile e reale – diremmo, quotidiana – sono anch’esse universali.
Nascono a Cuba, a L’Avana, ma sono di tutto il mondo. E, come scrive Carlos Celdrán nella sua prefazione all’edizione cubana di Chamaco, sono descritte “con una sensibilità, un’immediatezza e una sintesi assolutamente contemporanee”. Universali, aggiungiamo. Per questo Chamaco, che è un testo che nasce per il teatro, riesce ad essere anche romanzo e racconto e ancor di più, per le immagini evocate, per l’intreccio e per il “montaggio” delle scene, cinema. Nella sua versione più nobile: quella che mette lo strumento narrativo al servizio della narrazione, esaltandone i contenuti ma sempre con discrezione, senza mai arrivare a coprire le parole, i fatti, con gli effetti
speciali.
Per questo, credo, e per altri motivi che i lettori – spero molti – vorranno cogliere, Chamaco meritava di essere tradotto e portato in Italia.
Così, con inaspettata sempicità, attraverso l’editore cubano ho preso contatto con Abel, che oggi vive a Madrid per lunghi periodi dell’anno, e ho chiesto il suo assenso.
Abbiamo lavorato insieme per alcuni giorni, con lui e con l’amico René Fourés, e poi a lungo a distanza, per arrivare a una traduzione che fosse quanto più possibile fedele all’originale, che ne rispettasse le atmosfere e talora anche il senso letterale dei termini. Un lavoro di cesello reso possibile anche dall’enorme passione con la quale Abel si dedica alle proprie “creature”, fra le quali Chamaco, in quanto primogenita, è senz’altro la prediletta.


CHAMACO
di Abel González Melo
trad. di Gaetano Ievolella e René Fourés
Hackmuth | Libri da leggere
Edizioni Argonautiche
ISBN 978-88-96843-07-9


96 pagine, 9€

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